STORIA

Storia

Sembra banale, ma forse vale la pena di ricordarlo, che senza le dighe non sarebbe possibile l’irrigazione dei campi o l’alimentazione idrica dei centri urbani o, perlomeno, non sarebbe possibile che queste attività fossero svolte su larga scala e in modo programmato. L’acqua dolce si può prelevare solo dalle sorgenti, dai pozzi e dai fiumi, ma normalmente con le sorgenti e i pozzi non si va molto lontano. Restano i corsi d’acqua, ma senza le dighe l’irrigazione sarebbe dipendente dalle loro esondazioni spontanee, come avveniva nell’antico Egitto. Il problema è che molto spesso un’agricoltura dipendente dalle esondazioni è un’agricoltura fragile, perché troppo soggetta ai capricci della natura: da un lato le siccità, dall’altro le inondazioni devastanti, per non parlare dei problemi derivanti dalle aree paludose che spesso si formano vicino al basso corso dei fiumi.

Jawa
Sistema di serbatoi realizzati a servizio della città di Jawa, in Giordania, intorno al 3000 a.C.. Le dighe chiudevano e sopraelevavano il livello di alcuni piccoli invasi naturali - HELMS, 1981
Questi sono i motivi per cui, fin dalla più remota antichità, tutte le società organizzate hanno sentito la necessità di imbrigliare l’acqua dei fiumi, deviandone il corso e/o creando invasi per alimentare acquedotti e canali di irrigazione. E questo è sempre stato fatto con le dighe. Dighe costruirono gli antichi Egiziani, i Babilonesi, i Persiani, gli Indiani, i Sabei nello Yemen, i Nabatei nel deserto del Negev, i Greci, i Romani, i Bizantini, gli Arabi, i Mongoli e le civiltà che seguirono. Piccole dighe costruirono perfino gli indiani Anasazi dell’America del Nord più di mille anni fa e gli aborigeni dell’Australia. Alcune dighe costruite in tempi remotissimi sono arrivate fino a noi. In molti casi se ne possono osservare i resti; in qualche caso quelle dighe sono addirittura ancora oggi in servizio.

La storia delle dighe è interessante sotto vari aspetti. Può essere interessante per gli storici, perché l’ingegneria delle opere idrauliche è parte fondamentale della storia delle civiltà. Può essere interessante per i tecnici, perché anche nel campo delle dighe, come per tutte le esperienze umane, nel corso dei secoli la storia ha impartito durissime ma preziose lezioni, promuovendo alcune scelte e bocciandone senza appello delle altre; e queste lezioni devono essere conosciute per non ripetere gli errori del passato. Può essere interessante, infine, per tutti coloro cui è demandata la tutela e la conservazione del patrimonio ambientale e monumentale. Contrariamente a quanto si osserva in altri Paesi (Spagna in primis, ma anche Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia) in Italia la storia delle dighe è poco conosciuta e studiata. Rarissime sono le pubblicazioni in lingua italiana sull’argomento, e scarsissimo interesse viene attribuito alla conservazione delle dighe storiche esistenti sul territorio nazionale.

Wegmann_Corongiu
La sezione trasversale della prima diga di Corongiu riportata sul Wegmann, uno dei classici della letteratura tecnica mondiale in materia di dighe di ritenuta - WEGMANN, 1907
In Italia le dighe sono considerate di norma sotto l’aspetto strettamente funzionale: sono utili, sono dannose, sicure o pericolose, adeguate o da adeguarsi. Raramente nel nostro Paese si pensa alle dighe, o almeno a quelle più antiche, come a un patrimonio da tutelare. La prima diga di Corongiu, realizzata a servizio dell’acquedotto di Cagliari ed ultimata nel 1866, fu la prima vera grande diga italiana, ed era conosciuta e citata in tutto il mondo sui testi tecnici dell’epoca. Cionondimeno, nei primi anni ’70, constatato il cattivo stato della muratura, si preferì demolire la diga piuttosto che ipotizzare un intervento di recupero. Anche nel caso della superba diga del Tirso, all’epoca della costruzione la diga ad archi multipli più alta del mondo, si è preferita la via della dismissione a quella della riabilitazione. Ma anche quando invece si opta per la riabilitazione, non è raro imbattersi in “adeguamenti” poco rispettosi della storia, della tipologia originaria e della monumentalità dell'opera. Certo, le dighe invecchiano, e talora necessitano di adeguamenti e di restauri. Ma, come avviene per gli edifici storici, anche il restauro di una diga monumentale dovrebbe essere condotto rispettandone per quanto possibile l'aspetto e le caratteristiche originarie.

In Spagna sono numerose le dighe molto antiche tutt'ora in esercizio: Elche (1655), Alicante (1594), Almansa (1584), Proserpina e Cornalvo (I ÷ II secolo d.C.) e diverse altre. Naturalmente, col passare dei secoli, sono state assoggettate a restauri e riabilitazioni, eppure conservano ancora oggi tutto il fascino che deriva dal loro passato. Perché in Italia non ci si pensa?

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Fonti iconografiche

HELMS 1981 HELMS, Svend Walter - Jawa - Lost City of the Black Desert. Ed. Methuen - Londra, 1981
WEGMANN 1907 WEGMANN, Edward - The Design and Construction of Dams. Ed. John Wiley & Sons - New York, 1907 (ulteriori edizioni in anni successivi)